L'Intervento
 
Professionisti in crisi, ma a pagare è un Paese intero
Il mondo delle professioni non può continuare a rimanere solo nella grande crisi che ha coccolato e protetto le grandi istituzioni finanziarie. Occorre ribaltare la situazione, pianificando anche per loro una politica concreta di sostegno
Gianni Riotta - Direttore de “Il Sole 24 Ore”
 
Sarà dura per i professionisti, tutti, ricordare il 2009 che si è appena chiuso. Le statistiche, che il premio Nobel Stiglitz vorrebbe ammorbidire ora con il giulebbe della “qualità della vita” non mentono, taglio delle entrate vicino al 30%. La qualità della vita sarà anche migliorata ma quel terzo in meno nella colonna degli attivi, Nobel o non Nobel, non semina certo felicità. La situazione è più pesante per le professioni che dipendono dalle pubbliche amministrazioni, come ingegneri e architetti. Cronici ormai i ritardi nei pagamenti e freni sugli investimenti in opere pubbliche. Il ministro Altero Matteoli, borbottando in maremmano, prova a tenere duro, ma la situazione è quella che è. Chi lavora con clienti privati si scontra con il taglio dei costi delle aziende e con paralleli ritardi nel saldo delle parcelle. Meno Stato e meno mercato, per ricalcare il vecchio slogan liberista dei tempi felici di Milton Friedman. Eppure sotto questa pressione il numero degli iscritti agli Albi è cresciuto, dal 1997, di circa il 35%. Non tutti i 2,2 milioni di abilitati esercitano la professione in modo autonomo: c’è chi consegue la qualifica come una specie di assicurazione e lavora alle dipendenze, ma in cuor suo non smette mai di sentirsi “professionista”, e rispondere al richiamo del lavoro, quello che il grande Max Weber chiamava con parola solenne “Beruf”. Chi guarda all’Italia non con gli slogan vacui dei talk show televisivi ma con il microscopio serio delle scienze sociali sa che le professioni, in questi anni, hanno funzionato da ammortizzatore per competenze professionali che non sono riuscite a trovare altri sbocchi lavorativi. E al Sud il fenomeno è ancor più diffuso. Il mercato diventa così sempre più affollato e il successo più arduo. Oggi i dottori commercialisti iscritti alla Cassa di previdenza sono circa 50mila, più del doppio che nel ‘96, quando si fermavano a quota 22mila. La crisi finanziaria scoppiata a Wall Street e da lì dilagata, la più feroce dal 1929, ha drammatizzato i problemi latenti: il mercato saturo e la scarsità di strumenti per emergere. I giovani professionisti sono lasciati solo, e devono puntare sulla caparbietà, la fortuna e in qualche caso gli appoggi (a volte familiari) per emergere. Un altro Friedman, il premio Pulitzer del New York Times Tom, ha dimostrato come la crisi abbia fatto più vittime tra i professionisti, negli studi e tra gli individui, che poco o meno hanno saputo innovare. Chi, pur forte per tradizione e lavoro, meno ha interfacciato con i software, col mercato globale, con i nuovi codici di comunicazione ha perso affari e lavoro. Gran parte degli studi professionali, anche commerciali, sia pur di piccole dimensioni, sta dunque moltiplicando le iniziative per creare network e mettere in comune competenze e specializzazioni. La ricetta Friedman funziona, ma purtroppo qui in Italia restiamo sul terreno dell’iniziativa individuale. La politica, il territorio, le comunità, l’università, le eccellenze devono fare di più insieme, per realizzare massa critica e far leva sull’innovazione. Mancano invece fin qui incentivi per favorire chi vuole dare vita a studi associati: sulla carta il beneficio c’è - e Il Sole 24 Ore non ha fatto mancare la sua voce in questo senso - stabilito dalla Finanziaria 2008, ma attende ancora l’autorizzazione di Bruxelles. Solo di recente, in via interpretativa, l’Agenzia delle Entrate ha aperto alla possibilità di fare un “bilancio consolidato” delle ritenute subite dai partecipanti dallo studio, per pagare debiti tributari e contributivi. Con lo scorso anno, però, non è più agevolato l’acquisto dell’immobilestudio, mentre è rimasta invariata la misura dello sconto per la formazione. Può andare avanti così? E mentre in tv ministri e leader tuonano sulla necessità di innovare, i professionisti non hanno premi dal fisco se fanno upgrading del software o acquistano strumenti di indispensabile aggiornamento. Non si danneggia un Albo o uno studio: paga il Paese intero. In assenza di pacchetti che possano favorire la crescita e l’innovazione delle professioni, nell’anno della crisi il ministero del Lavoro ha riconosciuto che anche i titolari degli studi abbiano diritto a chiedere gli ammortizzatori sociali in deroga per gestire il personale. Un’attenzione che resta però lontana da una politica generale di sostegno. Si dirà, dobbiamo tenere d’occhio i bilanci e chi più dei professionisti del settore ha a cuore il rigore? Ma non poche misure hanno costo zero: riconoscere il valore del marchio dello studio costituirebbe, per i giovani, un incentivo a investire nella reputazione e, per chi è più avanti negli anni, una specie di assicurazione-Tfr, utile anche nel momento in cui si deve andare in banca a contrattare un finanziamento. Infine le donne, il grande movimento che sta squassando il mondo del lavoro. Tra i commercialisti rappresentano il 27%, ma raggiungono il 40 tra gli iscritti che hanno 30-40 anni. Una cifra che si riflette con precisione nel numero di lettrici del Sole, esattamente una su tre, il 33% del nostro pubblico. Il gap nel reddito rispetto ai colleghi resta, ingiustamente, troppo elevato: il 25% tra i giovani, mentre tra i professionisti più maturi (41-50 anni) supera il 42% . Insomma il mondo delle professioni, i commercialisti su tutti, è rimasto solo nella grande crisi che ha salvato, coccolato e protetto le grandi istituzioni finanziarie. Una scelta miope, che il lavoro dei singoli ha almeno in parte neutralizzato. Il 2010 deve ribaltare la situazione: e noi del Sole saremo con voi, per darvi una mano, come ieri e di più. 
N. 1 - Gennaio 2010
 
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