Non sprechiamo l’anno che viene. Non ce lo possiamo permettere. Negli ultimi mesi del 2009 si è aperta nel Paese una riflessione sul futuro delle professioni che ha visto coinvolti più soggetti che paiono aver rinunciato alle incomprensioni del passato. E già questa è stata una novità di sicuro rilievo. Il Parlamento dal canto suo ha preso una decisione corretta, quella di avviare un’indagine conoscitiva e presto ne vedremo i risultati in termini di analisi e poi, si spera, di proposte. In più le professioni sono tornate a far notizia sulla grande stampa ponendo le basi per un rapporto più proficuo con l’opinione pubblica e di conseguenza con i clienti-consumatori. Ora, per l’appunto, si tratta di non sprecare il 2010 e di entrarci tutti con l’intenzione di approfondire la natura dei problemi ma soprattutto di trovare le soluzioni, se non le migliori in assoluto quelle che sono percorribili. In passato ciò non è stato possibile perché il buonsenso ha ceduto il passo alla voglia di sventolare ognuno le proprie bandierine. I miseri risultati ottenuti dovrebbero spingere tutti a mutare tattica. Ma passiamo dal metodo al merito. Al momento in cui scriviamo non è dato ancora capire l’evoluzione della crisi. Gli indicatori macroeconomici e le previsioni dei grandi organismi internazionali ci indurrebbero ad essere ottimisti sul superamento della recessione e la ripresa del Pil, senonché la realtà che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni ci manda input contraddittori. Il 2009 è stato l’anno dell’amaro trionfo della Cassa integrazione, il 2010 potrebbe riservarci grossi problemi in materia di occupazione. Del resto l’industria italiana è a un bivio perché la concorrenza dei Paesi low cost si fa sempre più aggressiva e il sistema è chiamato a dare una risposta in termini di innovazione e qualità che, francamente, non sappiamo fino a che punto sarà in grado di organizzare. Eppure non c’è alternativa sia per porre un argine ai rischi di deindustrializzazione di intere aree del Paese (si pensi ai distretti), sia per rilanciare il terziario. Un’industria che sappia “salire di gamma”, come si dice in gergo, ha bisogno di competenze, idee, conoscenza dei mercati internazionali, tutte cose che le piccole e medie imprese non possiedono certo all’interno del proprio perimetro di risorse umane. Solo un patto con il mondo delle professioni potrebbe dare ai Piccoli il supporto necessario per affrontare la sfida dell’innovazione. Il cambiamento dell’industria “chiama” dunque il buon terziario che, però, per svilupparsi in maniera significativa e con standard a sua volta qualitativamente validi, deve giocare almeno su un altro tavolo, quello della riforma della Pubblica Amministrazione. Il nuovo anno ci permetterà di vagliare con sufficiente documentazione i risultati che lo sforzo di riforma del ministro Renato Brunetta avrà conseguito, la cosa che si può aggiungere è che una focalizzazione sul link tra riforma della P.A. e ispessimento del terziario sarebbe più che necessaria. Sul blog generazionepropro.corriere.it il professor Gian Paolo Prandstraller ha proposto una sorta di trasferimento di ruoli e competenze dallo Stato alle professioni. E un parlamentare del Pd che ha avuto responsabilità di governo nelle passate amministrazioni di centro-sinistra, Nicola Rossi, ha giudicato realistica questa proposta, aggiungendo che la considera attuabile a legislazione vigente come processo di sussidiarietà orizzontale. Di esempi virtuosi di trasferimenti se ne possono fare a decine per ciascuna professione e per i commercialisti forse è più semplice che per altri. Si tratta di costruire un consenso ampio su quest’idea e percorrerla in tempi utili in chiave anti-crisi Se queste sono due direttrici di lavoro che personalmente trovo molto interessanti e non di corto respiro, occorre però fare un passo in avanti anche su altri temi. Uno dei nodi che va sciolto è quello che riguarda la natura stessa delle professioni e la loro assimilazione o meno alle imprese. Non ha senso continuare con il piccolo teatro che vede i professionisti sostenere davanti all’Antitrust che gli studi non sono aziende come le altre e poi, quando si tratta di negoziare incentivi e aiuti pubblici, illustrare l’esatto contrario pur di non restar fuori dalle provvidenze. È una contraddizione che va sciolta con intelligenza e senso di responsabilità, altrimenti quali speranze di successo può avere la richiesta di un allargamento dei criteri (novecenteschi, per carità) della Tremonti-ter che guarda solo agli investimenti materiali? Come mi è già capitato di sostenere sul “Corriere della Sera”, segnali positivi vengono dal contratto nazionale di lavoro degli studi professionali che ha introdotto delle novità imprenditoriali di cui tener conto. Ovviamente considero più che giusto sostenere che le professioni vendono un prodotto intellettuale, non ripetibile, che deve far leva sulla qualità. Un ultimo tema che nel 2010 non si potrà schivare è quello del conflitto generazionale che si va creando dentro il mondo delle professioni. Non siamo più alla tradizionale dialettica seniores versus juniores; tra professionisti affermati e nuove reclute si sta creando una barriera psicologica e culturale che sarebbe un grave errore negare. La crisi ha fatto il suo “sporco lavoro”, ha dilatato le differenze, ha rivalutato le rendite di posizione a scapito del riconoscimento del talento, ha fatto sì che a pagare il conto fossero per la gran parte i giovani, i primi ad essere sacrificati da quello che appare un sistema di conservazione. È evidente a tutti che questa situazione va affrontata con coraggio, si rischia di escludere dal mondo delle professioni gli outsider, di rinviare sine die il necessario rinnovamento, di sancire la vittoria dell’Anzianità sulle Competenze e più in generale di condannare i nostri giovani migliori ad andarsene via dal Paese in cerca di fortuna. Una tendenza che purtroppo è già ampiamente in atto e che va contrastata attivamente.