Quello appena terminato è stato un anno particolarmente significativo per le libere professioni. Sul loro ruolo, sull’apporto da esse fornito in termini di conoscenze e competenze tecniche alla crescita complessiva del Paese, sul contributo insostituibile alla tenuta del sistema economico, si è finalmente sviluppato un dibattito attento e rispettoso su alcuni dei principali media nazionali. Si tratta di una novità rilevante. Sul fronte della pubblicistica gli ultimi lustri erano stati, per l’intera galassia delle professioni intellettuali, irti di difficoltà. Per anni si è parlato del sistema ordinistico quasi unicamente per denunciarne la deleteria funzione di ostacolo allo sviluppo e all’ammodernamento tanto del mercato del lavoro quanto delle dinamiche del sistema economico. Scardinare un universo descritto quale l’emblema della conservazione corporativa, è stato per anni obiettivo dichiarato sia di molti esponenti politici collocati nei diversi schieramenti in campo, sia dell’Antitrust, che su questo tema continua a spendere molte delle sue energie. Un così diffuso pregiudizio ha avuto come immediata ricaduta la cancellazione dal dibattito pubblico dei tanti meriti e delle tante esigenze inascoltate degli oltre due milioni di professionisti italiani. In sostanza, ciò che si era affievolito nella percezione dell’opinione pubblica, era il senso stesso della funzione sociale assolta dai professionisti, che aveva invece accompagnato nei passati decenni tutto il processo di crescita economica e sociale del Paese nel suo ancora certo incompiuto approdo alla modernità. La rinnovata attenzione di questi mesi, che mira ragionevolmente a saldare gli interessi legittimi dei professionisti con le istanze del mondo della piccola e media impresa, accomunandoli in un unico destino in quanto portatori di “interessi nazionali” convergenti e in quanto parte di un unico universo produttivo, deve spingerci ad accelerare sul piano dell’innovazione e renderci più attenti e consapevoli protagonisti di una nostra maggiore apertura. Se infatti negli anni tanto solida e trasversale era divenuta la semplicistica equazione “Ordini uguale conservazione”, ciò è stato possibile anche per gli innegabili ritardi accumulati dalle professioni. Quella in corso non sembra essere - ancora una volta - una legislatura in grado di produrre la tanto attesa riforma di questo settore. Anche lo slancio iniziale con il quale il Ministero della Giustizia aveva approcciato il tema, puntando ad una riforma per comparti che muovesse proprio da commercialisti, avvocati e notai, sembra al momento essersi arenato. Ma le professioni che interpretano con senso responsabilità il loro ruolo e che sentono di dover agire anche nell’interesse del Paese, non possono affidare il loro rinnovamento unicamente a disegni di legge la cui approvazione è costantemente procrastinata. È questo il tempo di innovare in termini organizzativi e culturali: tanto più saremo capaci di innovare noi stessi, tanto più tornerà ad essere intellegibile quel senso della nostra presenza nel tessuto connettivo del Paese che era andato affievolendosi. Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha già introdotto, nei suoi pochissimi anni di vita, una grande innovazione in termini di linguaggio e di azione politica. Ci sforziamo di dismettere i panni, per troppo tempo vestiti dai rappresentanti degli Ordini professionali, di sindacalisti di noi stessi, per parlare direttamente al Paese del Paese, alla cui attenzione sottoponiamo le nostre idee per lo sviluppo e per le riforme, come faremo anche nel nostro Congresso di ottobre a Napoli, intitolato, non a caso, “Per un Paese migliore”. Possiamo farlo perché siamo quotidianamente impegnati in prima fila a presidiare, per la parte che ci compete, quel crocevia fondamentale dove si incontrano l’Amministrazione finanziaria, le Istituzioni e l’impresa. Ora è il momento, per i commercialisti, di assecondare e far diventare patrimonio comune e omogeneamente diffuso sul territorio nazionale, quei processi di innovazione organizzativa che vanno diffondendosi sempre più tra di noi. Nostro compito deve essere quello di sollecitare un maggiore interscambio tra le diverse professioni, nuove forme di organizzazione degli studi, la reale acquisizione di una logica di “rete”, la valorizzazione delle specializzazioni, una migliore capacità di interloquire con i nostri stakeholders, la contaminazione virtuosa con logiche aziendali. È anche questa la via attraverso la quale far tornare le professioni ad essere modello di riferimento credibile e parte sociale riconosciuta. L’attenzione finalmente riservata a quella che è stata efficacemente definita generazione pro - pro (professionisti e produttori) può essere dunque per noi un’opportunità di crescita. Sgombrato per il momento il campo dall’assurdo tentativo di equiparazione tra Associazioni e Ordini - un merito da ascrivere all’azione politica di questo Consiglio nazionale -, ribadita la centralità delle libere professioni, si tratta di riempire di nuovi contenuti e nuovi comportamenti l’agire quotidiano dei singoli professionisti economici i quali, in virtù del dinamismo con il quale sapranno interpretare il bisogno di ammodernamento del sistema produttivo, potranno con più forza e con più legittimità reclamare ascolto e tutele ad un mondo politico che continua ostinatamente a concentrarsi unicamente su grandi impresa e Pubblica Amministrazione.