L’anno 2009 è stato senza dubbio il più difficile nella storia delle aziende italiane. Colpa della crisi finanziaria e della conseguente crisi di liquidità generata da una drastica riduzione degli affidamenti bancari. Eppure i primi segnali del 2010 portano a pensare che il peggio non sia ancora passato. Anche la storia d’altro canto ci induce a ricordare la prudenza: quando ci fu la “grande depressione” del 1929, la maggiore moria di imprese si ebbe tra 1931 e il 1932. L’orizzonte dei rapporti tra banca e impresa non si preannuncia affatto sereno e il relativo ottimismo che sembrava prevalere alla fine dell’anno potrebbe rapidamente deteriorarsi. È vero che grazie alle misure eccezionali prese dai Governi, il sistema finanziario non solo si è stabilizzato ma ha registrato livelli di profitto soddisfacenti. Ciò non di meno, la situazione economica delle imprese non è affatto migliorata; con la conseguenza, tra l’altro, che per effetto del peggioramento delle condizioni economiche delle imprese, la ripresa dei profitti bancari potrebbe rivelarsi, nel breve termine, del tutto transitoria. Ecco perché, dal punto di vista della disponibilità del credito per le imprese, il quadro del 2010 non si prevede affatto migliore dell’anno che lo ha preceduto. Con queste prospettive, le banche dovrebbero farsi parte attiva, proponendo soluzioni tecniche specifiche e selezionando le iniziative imprenditoriali più meritevoli. Insomma dovrebbero pensare prima di tutto al bene delle imprese, dimostrando di aver finalmente capito che senza l’economia reale sottostante alle operazioni finanziarie, i profitti generati da queste ultime sono nulla più che i dissesti di domani. Inoltre, sarebbe lecito aspettarsi dagli istituti di credito altrettanta lungimiranza nell’evitare di trasformarsi da banche in… banchi del “gioco delle tre carte”. Penso ad esempio al caso delle nuove commissioni bancarie introdotte in sostituzione delle commissioni di massimo scoperto dopo l’entrata in vigore della legge 2/2009, che, come segnalato dall’Antitrust, si stanno rilevando più costose rispetto a quelle che la legge aveva “bocciato”. In questa situazione, il nostro ruolo si fa sempre più delicato e centrale. Da un lato, non possiamo che continuare a stare a fianco alle imprese, raccomandando loro di valutare correttamente il proprio fabbisogno finanziario di breve periodo in un’ottica di riduzione di costi. Dall’altro, però, non possiamo esimerci dall’aiutare le imprese a guardare in faccia la realtà. Per il resto, siamo i primi a ritenere che il ruolo sociale delle banche debba essere adeguatamente sottolineato non solo quando si tratta di valutare interventi pubblici a loro sostegno, ma anche quando si tratta di valutare eventuali restrizioni alla loro libertà di iniziativa economica. Il generale peggioramento quantitativo e qualitativo delle condizioni di credito che le imprese e le famiglie italiane lamentano deve essere il paradigma e lo spunto di una profonda riflessione di ciò che il credito rappresenta per gli interessi del Paese e del conseguente ruolo che deve essere assegnato ai soggetti preposti alla sua somministrazione.